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Dalle Marche a Madrid, tra architettura e design: Maurizio Bernabei, progettare spazi partendo dalle persone

Radici marchigiane, metodo milanese e spirito madrileno: la visione progettuale di Maurizio Bernabei

Radici marchigiane, metodo milanese e spirito madrileno: la visione progettuale di Maurizio Bernabei



Architetto di formazione e designer per vocazione, Maurizio Bernabei ha costruito il proprio percorso professionale seguendo più l’intuizione che le convenzioni. Dopo gli studi in Architettura e una specializzazione in Industrial Design a Milano, ha lavorato a stretto contatto con importanti studi e realtà del design internazionale. La Spagna arriva quasi per caso, ma diventa presto casa: prima Saragozza, poi Madrid, città complessa e aperta dove oggi ha fondato MiRincónFavorito, uno studio di architettura e interior design all’interno del centralissimo mercato de La Cebada. Un luogo che non è solo ufficio, ma anche spazio di incontro, consulenza e sperimentazione, profondamente coerente con le sue radici marchigiane: concretezza, cultura del lavoro, attenzione al dettaglio.

Maurizio, dalle Marche a Madrid: come nasce questo salto geografico e umano?

«La Spagna è stata in parte una casualità. Come molti marchigiani, forse, viviamo l’infinito leopardiano anche come un limite, e a volte nasce il bisogno di andare oltre. Il mio è stato un salto necessario. Dopo aver iniziato con gli studi in Architettura e aver proseguito con quella che chiamo la “conquista” di Milano, è partita l’avventura spagnola. Prima mi sono trasferito a Saragozza e successivamente a Madrid, dove poi la mia vita professionale e personale sta trovando una sua forma».

Quanto hanno inciso le tue origini marchigiane nel tuo modo di pensare il lavoro e il progetto?

«Le origini marchigiane mi hanno insegnato molte cose, non so se tutte positive, ma sicuramente il valore del lavoro a testa bassa, della dedizione, del lavorare in maniera continua e incessante per raggiungere una certa perfezione. È un’attitudine che ha caratterizzato la nostra regione, che ha espresso grandi esempi di artigianalità, di stile, di design e soprattutto di perseveranza. Credo di aver portato con me alcune di queste caratteristiche, me le sono messe in valigia. Nelle Marche abbiamo avuto e abbiamo ancora oggi figure importanti nella moda, nell’arredo, nel design: persone che hanno fatto il salto dall’artigianato silenzioso a una vera e propria linea di stile e poi a un processo industriale riconosciuto in tutto il mondo».

Hai iniziato con Architettura e poi scelto il disegno industriale: cosa ti ha spinto in questa direzione?

«Fin da piccolo mi facevo una domanda molto semplice: chi disegna gli oggetti? Chi disegna una sedia, un bicchiere? Diamo per scontato l’uso quotidiano di tantissime cose, ma non ci chiediamo cosa ci sia dietro. Vediamo le fabbriche, ma non sappiamo chi pensa quegli oggetti. Questa curiosità è stata il motore di tutto».

Perché Milano e la Scuola Politecnica di Design?

«Devo dire che i miei genitori mi spinsero inizialmente verso Architettura perché, alla fine degli anni Novanta, il disegno industriale non era considerato una scelta sicura. Esistevano solo due scuole ufficiali, a Milano e Torino. Dopo Architettura mi sono trasferito a Milano per specializzarmi con un master alla Scuola Politecnica di Design. Lì avevano insegnato figure come Bruno Munari, uno dei miei grandi maestri ideali. Sapere di studiare in un luogo legato a una tradizione così importante era per me un grande orgoglio».

Cosa ti ha lasciato l’esperienza del design industriale a Milano?

«Il design industriale a Milano era vissuto come una catena di montaggio: tutto ruotava attorno al Salone del Mobile, prima e dopo, in modo frenetico. Da quell’ambiente ho imparato soprattutto il metodo e un modo diverso di pensare rispetto all’architettura. L’analisi dell’ergonomia, di come le persone usano davvero gli oggetti e gli spazi, mi ha dato una consapevolezza molto più profonda anche nel disegno degli spazi architettonici. Capire l’uso centimetro per centimetro dello spazio domestico, pubblico o commerciale è qualcosa che porto ancora oggi nel mio lavoro».

Hai citato anche esempi concreti di grandi designer…

«Ricordo, per esempio, designer affermati che caricavano personalmente il prototipo di una sedia in macchina e andavano a presentarlo al direttore dell’azienda. Non delegavano. Questo mi ha insegnato a dare la stessa importanza a ogni cliente e a ogni progetto. Che si tratti di una multinazionale o di un piccolo imprenditore, il rispetto deve essere lo stesso»

La Spagna è arrivata per caso: quanto conta il caso nella vita?

«Io ho sempre seguito scelte non completamente logiche, più istintive. Il caso esiste, ma devi essere pronto. L’ispirazione non arriva per magia: arriva se sei allenato, se lavori ogni giorno. Bisogna farsi trovare preparati dal caso, dall’ispirazione, con costanza, metodo e pratica.

Come nasce l’idea di aprire uno studio dentro un mercato rionale a Madrid?

«Dopo anni a Saragozza, lavorando in una multinazionale del retail, e dopo il Covid, ho deciso di trasferirmi a Madrid. Pensavo che se qualcosa doveva succedere, sarebbe successo qui. Aiutando piccoli commercianti nel mercato, un giorno si è liberato uno spazio e mi è stata proposta l’idea di aprire lì il mio studio. Ho deciso di portare tutto il mio bagaglio professionale a contatto diretto con le persone. È stata un’intuizione che oggi fa parte integrante del progetto».

Perché il nome Mi rincón favorito?

«Ho voluto un nome amichevole, vicino al linguaggio quotidiano. Qui offro un servizio di consulenza con una gran percentuale di empatia. Aprire un’attività, comprare o ristrutturare casa è un momento delicato. Cambiare spazio significa cambiare vita, e il mio ruolo è accompagnare le persone in questo passaggio».

Com’è il rapporto quotidiano con il quartiere e con i clienti?

«È un rapporto diretto. Ho voluto rompere la barriera che spesso esiste tra architetti e persone. Qui la gente passa, guarda la vetrina, entra, fa domande. Io saluto, mi presento e chiedo semplicemente: “In cosa posso aiutarti?”. È l’inizio di un rapporto di fiducia».

Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi?

«Resistere. Resistere alle onde economiche, continuare a festeggiare ogni anniversario dello studio come un momento di comunità. Continuare a progettare spazi pubblici e commerciali mettendo al centro l’essere umano. Perché sono convinto che la qualità del progetto dia qualità alla vita e alle emozioni quotidiane. Questo è il mio primo comandamento».

 

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